Care Sorelle e cari Fratelli,
desidero ringraziare di cuore tutta la comunità, i vostri responsabili,
in particolare il parroco Kruse, per avermi invitato a celebrare con voi questa
domenica Laetare, questo giorno in cui l’elemento determinante è
speranza, che guarda alla luce che dalla resurrezione di Cristo irrompe nelle
tenebre della nostra quotidianità, nelle questioni irrisolte della nostra vita.
Ella, caro parroco Kruse, ci ha esposto il messaggio di speranza di san Paolo.
Il Vangelo, dal dodicesimo capitolo di Giovanni, che io vorrei cercare di
spiegare, è anche un Vangelo della speranza e, nello stesso tempo, è un Vangelo
della Croce. Queste due dimensioni vanno insieme: poiché il Vangelo si riferisce
alla Croce, parla della speranza, e poiché dona speranza, deve parlare della
Croce.
Giovanni ci narra che Gesù era salito a Gerusalemme per celebrare la Pasqua e poi dice: “C'erano anche alcuni greci che erano saliti per il culto”.
Erano sicuramente uomini del gruppo dei cosiddetti phoboumenoi ton Theon,
i “timorati di Dio”, che, al di là del politeismo del loro mondo, erano alla
ricerca del Dio autentico che è veramente Dio, alla ricerca dell’unico Dio, al
quale appartiene il mondo intero e che è il Dio di tutti gli uomini. E avevano
trovato quel Dio, che chiedevano e cercavano, al quale ogni uomo anela in
silenzio, nella Bibbia di Israele, riconoscendovi quel Dio che ha creato il
mondo. Egli è il Dio di tutti gli uomini e, allo stesso tempo, ha scelto un
popolo concreto e un luogo per essere da lì presente tra noi. Sono cercatori di
Dio, e sono venuti a Gerusalemme per adorare l'unico Dio, per sapere qualcosa
del suo mistero. Inoltre, l'evangelista ci narra che queste persone sentono
parlare di Gesù, vanno da Filippo, l'apostolo proveniente da Betsaida, in cui
per metà si parlava in greco, e dicono: “Vogliamo vedere Gesù”. Il loro
desiderio di conoscere Dio li spinge a voler vedere Gesù e attraverso di lui
conoscere più da vicino Dio. “Vogliamo vedere Gesù”: un’espressione che ci
commuove, poiché noi tutti vorremmo sempre più veramente vederlo e conoscerlo.
Penso che quei greci ci interessano per due motivi: da una parte, la loro
situazione è anche la nostra, anche noi siamo pellegrini con la domanda su Dio,
alla ricerca di Dio. E anche noi vorremmo conoscere Gesù più da vicino, vederlo
veramente. Tuttavia è anche vero che, come Filippo e Andrea, dovremmo essere
amici di Gesù, amici che lo conoscono e possono aprire agli altri il cammino che
porta a lui. E perciò penso che in quest’ora dovremmo pregare così: Signore,
aiutaci a essere uomini in cammino verso di te. Signore, donaci di poterti
vedere sempre di più. Aiutaci a essere tuoi amici, che aprono agli altri la
porta verso di te. Se ciò portò effettivamente ad un incontro fra Gesù e quei
greci, san Giovanni non lo narra. La risposta di Gesù, che egli ci riferisce, va
molto al di là di quel momento contingente. Si tratta di una doppia risposta:
parla della glorificazione di Gesù che ora iniziava: “È venuta l’ora che il
Figlio dell'uomo sia glorificato” (Gv 12,23). Il Signore spiega questo
concetto della glorificazione con la parabola del chicco di grano: “In verità,
in verità io vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane
solo; se invece muore produce molto frutto” (v. 24). In effetti, il chicco di
grano deve morire, in certo qual modo spezzarsi nel terreno, per assorbire in sé
le forze della terra e così divenire stelo e frutto. Per quanto riguarda il
Signore, questa è la parabola del suo proprio mistero. Egli stesso è il chicco
di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla
terra, che si lascia spezzare, rompere nella morte e, proprio attraverso questo,
si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo. Non si tratta più
solo di un incontro con questa o quella persona per un momento. Ora, in quanto
risorto, è “nuovo” e oltrepassa i limiti spaziali e temporali. Adesso raggiunge
veramente i greci. Ora si mostra a loro e parla con loro, ed essi parlano con
lui e in tal modo nasce la fede, cresce la Chiesa a partire da tutti i popoli, la comunità di Gesù Cristo risorto, che
diventerà il suo corpo vivo, frutto del chicco di grano. In questa parabola
possiamo trovare anche un riferimento al mistero dell'Eucaristia: Egli, che è il
chicco di grano, cade nella terra e muore.
Così nasce la santa moltiplicazione del pane dell'Eucaristia, nella quale egli
diviene pane per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Ciò, che qui, in questa parabola cristologica, il Signore dice di sé, lo applica
a noi in due altri versetti: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la
propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (v. 25). Penso
che quando ascoltiamo ciò, in un primo momento, non ci piace. Vorremmo dire al
Signore: Ma cosa ci stai dicendo, Signore? Dobbiamo odiare la nostra vita, noi
stessi? La nostra vita non è forse un dono di Dio? Non siamo stati creati a tua
immagine? Non dovremmo essere grati e lieti perché ci ha donato la vita? Ma la
parola di Gesù ha un altro significato. Naturalmente il Signore ci ha donato la
vita, e di questo siamo grati. Gratitudine e gioia sono atteggiamenti
fondamentali dell’esistenza cristiana. Sì, possiamo essere lieti perché sappiamo
che questa mia vita è da Dio. Non è un caso privo di senso. Io sono voluto e
sono amato. Quando Gesù dice che dovremmo odiare la nostra propria vita, intende
dire tutt’altro. Pensa qui a due atteggiamenti fondamentali. Uno è quello per
cui io vorrei tenere per me la mia vita, per cui considero la mia vita come mia
proprietà, considero me stesso come mia proprietà, per cui vorrei sfruttare il
più possibile questa vita presente, così da aver vissuto molto vivendo per me
stesso. Chi lo fa, chi vive per se stesso e considera e vuole solo se stesso,
non si trova, si perde. È proprio il contrario: non prendere la vita, ma darla.
Questo ci dice il Signore. E non è che prendendo la vita per noi, noi la
riceviamo, ma è donandola, andando oltre noi stessi, non guardando a noi, ma
dandosi all’altro nell’umiltà dell’amore, donando la nostra vita a lui e agli
altri. Così diveniamo ricchi allontanandoci da noi stessi, liberandoci da noi
stessi. Donando la vita, e non prendendola, riceviamo veramente vita.
Il Signore prosegue e afferma, in un secondo versetto: “Se uno mi vuole servire,
mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il
Padre lo onorerà” (v. 26). Questo donarsi, che in realtà è l’essenza dell’amore,
è identico alla Croce. Infatti, la Croce non è altro che questa legge
fondamentale del chicco di grano morto, la legge fondamentale dell’amore: che
noi diveniamo noi stessi solo quando ci doniamo. Ma il Signore aggiunge che
questo donarsi, questo accettare la Croce, questo allontanarsi da sé, è un
andare con lui, in quanto noi, andando dietro a lui e seguendo la via del chicco
di grano, troviamo la via dell’amore, che subito sembra una via di tribolazione
e di fatica, ma proprio per questo è la via della salvezza. Della via della
Croce, che è la via dell’amore, del perdersi e del donarsi, fa parte la sequela,
l’andare con lui, che è, Egli stesso, la via, la verità e la vita. Questo
concetto include anche il fatto che questa sequela si realizza nel “noi”, che
nessuno di noi ha il proprio Cristo, il proprio Gesù, che lo possiamo seguire
soltanto se camminiamo tutti insieme con lui, entrando in questo “noi” e
imparando con lui il suo amore che dona. La sequela si realizza in questo “noi”.
Fa parte dell’essere cristiani l’ “essere noi” nella comunità dei suoi
discepoli. E questo ci pone la questione dell’ecumenismo: la tristezza per aver
spezzato questo “noi”, per aver suddiviso l’unica via in tante vie, e così viene
offuscata la testimonianza che dovremmo dare in tal modo, e l’amore non può
trovare la sua piena espressione. Che cosa dovremmo dire al riguardo? Oggi
ascoltiamo molte lamentele sul fatto che l’ecumenismo sarebbe giunto a un punto
di stallo, accuse vicendevoli; tuttavia penso che dovremmo anzitutto essere
grati che vi sia già tanta unità. È bello che oggi, domenica Laetare, noi
possiamo pregare insieme, intonare gli stessi inni, ascoltare la stessa parola
di Dio, insieme spiegarla e cercare di capirla; che noi guardiamo all’unico
Cristo che vediamo e al quale vogliamo appartenere, e che, in questo modo, già
rendiamo testimonianza che Egli è l’Unico, colui che ci ha chiamati tutti e al
quale, nel più profondo, noi tutti apparteniamo. Credo che dovremmo mostrare al
mondo soprattutto questo: non liti e conflitti di ogni sorta, ma gioia e
gratitudine per il fatto che il Signore ci dona questo e perché esiste una reale
unità, che può diventare sempre più profonda e che deve divenire sempre più una
testimonianza della parola di Cristo, della via di Cristo in questo mondo.
Naturalmente non ci dobbiamo accontentare di ciò, anche se dobbiamo essere pieni
di gratitudine per questa comunanza. Tuttavia, il fatto che in cose essenziali,
nella celebrazione della santa Eucaristia non possiamo bere allo stesso calice,
non possiamo stare intorno allo stesso altare, ci deve riempire di tristezza
perché portiamo questa colpa, perché offuschiamo questa testimonianza. Ci deve
rendere interiormente inquieti, nel cammino verso una maggiore unità, nella
consapevolezza che, in fondo, solo il Signore può donarcela perché un’unità
concordata da noi sarebbe opera umana e quindi fragile, come tutto ciò che gli
uomini realizzano. Noi ci doniamo a lui, cerchiamo sempre più di conoscerlo e di
amarlo, di vederlo, e lasciamo a lui che ci conduca così, veramente, all’unità
piena, per la quale lo preghiamo con ogni urgenza in questo momento.
Cari amici, ancora una volta desidero ringraziarvi per questo invito, che mi
avete rivolto, per la cordialità, con la quale mi avete accolto – anche per le
sue parole, gentile signora Esch. Ringraziamo per aver potuto pregare e cantare
insieme. Preghiamo gli uni per gli altri, preghiamo insieme affinché il Signore
ci doni l’unità e aiuti il mondo affinché creda. Amen.
© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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